La passeggiata ci sembrava davvero lunga. Io cinque anni, le mie sorelle più grandi otto e sei e mezzo, mio fratello tre e mezzo e la più piccola neppure ci veniva dalla Sunta in Uccellanda. Quel bosco ombroso e misterioso in fondo alla campagna, era sì una meta per la quale ci veniva richiesto un certo sforzo fisico, ma era anche un luogo ancestrale, al quale, quando ce lo proponevano, non volevamo per nessuna cosa al mondo rinunciare. Nella radura oltre il tennis la prima sosta all’ombra di una grande farnia, dopo di che si raggiungeva un enorme pino marittimo dove nidificano ancor oggi le pojane, che partivano in volo disturbate dal nostro chiacchericcio. Lì lo stradone erboso svoltava a sinistra e, superata una lunga carpinata frangivento, quindi una riva col Canale della Vittoria sul colmo, dopo un boschetto di robinie, ecco, la campagna si apriva in pieno sole e ci svelava in lontananza la macchia di alti olmi dell’Uccellanda. L’Oseada, come la chiamavano i contadini, laBressana, il Roccolo di Caccia. La casa della Sunta e di Giovanni ancora non si vedeva, immersa com’era nel folto, ma da quel punto i grandi che ci accompagnavano non riuscivano più a trattenerci perché noi cominciavamo a correre.
La casa era celata nell’ombra scura del bosco, protetta da un recinto di fascine tutt’intorno, sormontata, proprio a ridosso dell’uscio, da un olmo con un grosso ramo che fungeva da tettoia. Eravamo di fronte alla casa delle fiabe, della nonna di Cappuccetto Rosso, di Pollicino, dell’Orco, del Lupo e dei tre Porcellini. Era la casa di caccia per il nonno Alessandro, lo zio Enrico e i cugini Cesare e Alfonso, i cacciatori di casa, e Giovanni era l’uccellatore, l’uomo che all’alba, nelle albe autunnali, preparava le cacce con i richiami, le reti nei corridoi di carpini, guardava che le finestre “trappola” fossero ben aperte e le corde degli spaventa ben celate e armate. Ma di tutto questo noi non sapevamo niente. Arrivavamo trafelati, eccitati, accaldati e la Sunta, una piccola donna dal volto gentile sempre vestita di nero, come una fata buona ci accoglieva festosa. In quella casa non c’era né luce né acqua, ma non sembrava un problema. Bastavano delle lanterne ad olio e c’era un camino, un fogher, per riscaldarsi d’inverno. L’acqua per un intero giorno Giovanni l’andava a prendere con due secchi al pozzo nella casa dei contadini che sorgeva a nord della tenuta. Era il premio per la nostra fatica di essere giunti fin lì: la Sunta, con un mestolo, offriva da bere a ciascuno di noi, sorsi d’acqua freschissima che sembrava brillare nel secchio e andava giù come fosse una pozione magica. Quel calore e quella luce nei campi, quell’ombra ventosa del bosco, quell’essere noi così accaldati dopo la corsa e la straordinaria frescura dell’acqua della Sunta, mi fanno pensare ancora oggi all’estate in Villa.
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